Model: Lucrezia Mori

Scene non vissute #1 L'attimo prima del silenzio
In questa composizione sospesa tra sogno e metropoli, l’immagine cattura un istante che sembra trattenere il respiro. Una donna salta nel vuoto di una strada notturna di New York, non per fuggire né per cadere, ma per restare. È un gesto che non ha meta, ma solo significato: il desiderio, l’ignoto, la tensione tra ciò che vorremmo trattenere e ciò che ci sfugge.
Alla finestra, c’è l’autore: non si sa se stia guardando fuori o dentro di sé. Di fronte, una figura femminile che fuma — ferma, distante — rappresenta la memoria o l’oblio. Entrambe osservano, ma non intervengono. Nessuno comunica, eppure tutto parla.
Il taxi giallo, icona del movimento urbano, attraversa la scena come simbolo del tempo che corre, delle occasioni che passano, o forse delle partenze che non si compiono mai. La cabina telefonica resta illuminata ma vuota: una promessa di comunicazione, rimasta inascoltata.
E infine il poster, vestigia di un gruppo musicale sull’orlo della rottura, diventa simbolo del passato che affiora: ciò che era condiviso ora è frammentato, lasciando solo tracce visive, come una canzone che non viene più suonata.
Questa scena non è mai avvenuta, eppure la riconosciamo. È un ricordo costruito, un frammento di noi stessi che si manifesta in una notte qualunque, senza tempo.

Model: Livia Bono

Scene non vissute #2 Qualcosa sta per accadere
la protagonista è colta in un momento di assoluta sospensione. Il suo corpo, eretto e immobile, emerge come una colonna rossa nel fluire rapido di una metropolitana in corsa. La scena vibra di contrasti: movimento e stasi, anonimato e presenza, caos e consapevolezza.
Il cappotto rosso che indossa diventa un segnale visivo potentissimo: non solo richiama l’attenzione, ma afferma identità, decisione, vulnerabilità esposta. Il colore, caldo e carnale, si oppone al freddo blu e verde dello sfondo, creando un cortocircuito emotivo che disorienta e affascina. È come se il tempo stesso avesse smesso di funzionare attorno a lei, mentre la donna si sottrae alle logiche della fretta, del passaggio, della destinazione.
Il suo sguardo rivolto verso l’alto — verso qualcosa che non vediamo — rafforza il senso di attesa indefinita. Non è chiaro se stia cercando una via d’uscita, osservando un segnale, o ascoltando qualcosa dentro di sé. In questo gesto, semplice ma carico di intensità, si condensa un’intera narrazione interiore.
Il treno in movimento suggerisce la frenesia della vita moderna, l’automatismo dei gesti quotidiani, il fluire del tempo. Ma lei è fuori sincrono, intenzionalmente. Come se fosse l’unica consapevole in un mondo ipnotizzato dalla velocità. È un’icona di resistenza silenziosa, una figura mitica in un contesto urbano.
In questa immagine non accade nulla — eppure tutto è sul punto di accadere
Scene non vissute #3 I ricordi del futuro 
Nel panorama visivo costruito da questa fotografia, l’artista mette in scena un'immagine fortemente evocativa, in bilico tra apocalisse e memoria, sogno e documento. I ricordi del futuro si impone subito come un titolo ossimorico, uno slittamento temporale che invita a pensare a ciò che non è ancora accaduto ma già porta con sé il peso della nostalgia. È un tempo ipotetico e malinconico, congelato come la scena stessa.
L’inquadratura centrale, con la prospettiva che conduce l’occhio verso l’orizzonte scomparso nella tempesta, suggerisce un cammino interrotto. Il furgone abbandonato – svuotato, arrugginito, consumato dalla salsedine – diventa reliquia di un passaggio umano ormai svanito. Sulla strada, il simbolo sbiadito della Route 66, leggibile solo in parte, funge da segnale spettrale: un richiamo a un immaginario americano decaduto, quasi post-atomico, in cui il mito del viaggio e della libertà si è arenato.
Ma è l’aggiunta delle tre ombre in basso a introdurre l’elemento più perturbante: presenze non identificate che osservano, testimoni silenziosi o fantasmi del passato. Non hanno corpo, solo proiezione: potrebbero essere i protagonisti mancati della scena o gli spettatori interni di questo “ricordo del futuro”. La loro posizione, defilata e anonima, ci ricorda che anche chi guarda è parte della narrazione.
L’intera immagine è costruita su un impasto visivo drammatico, quasi cinematografico: l’alto contrasto, i toni freddi, il cielo tempestoso e la spiaggia deserta rinforzano un senso di sospensione, come in un fotogramma rubato a un film che non esiste. La fotografia non vuole spiegare, ma evocare.
Con Scene non vissute, l’autore sembra costruire un atlante di realtà alternative, in cui ogni scatto è frammento di una storia rimossa, forse mai accaduta, ma viscerale e riconoscibile nel profondo dell’immaginario collettivo. In questo contesto, I ricordi del futuro è una delle visioni più potenti: una riflessione sul tempo, sull’abbandono e sulla natura fragile della memoria – anche quella che non abbiamo ancora costruito.

Model: Ileana Del Sole

Scene non vissute #4 Punto di non ritorno 
In Punto di non ritorno, l’autore mette in scena un atto silenzioso di resistenza: una figura femminile sola, seduta al centro di una strada rurale, interrompe la continuità del paesaggio come se fosse un punto esclamativo all’interno di una frase interrotta. L’immagine è costruita con una rigorosa simmetria, ma è la dissonanza emotiva che la abita a generare tensione narrativa.
L’estetica cinematografica — cifra stilistica ormai riconoscibile dell’intera serie — si piega qui verso un tono sospeso, malinconico, quasi beckettiano. L’inquadratura ampia e orizzontale accentua la condizione di isolamento, mentre il cielo basso e drammatico grava sull’inazione come un peso. La luce, filtrata da nubi inquiete, contribuisce a un senso di tempo fermo e luogo indefinito, elementi ricorrenti nell’universo visivo dell’autore.
L’uso della valigia come oggetto narrativo non è accessorio: diventa simbolo di transizione negata, di una partenza mancata o forse di un ritorno impossibile. La giovane donna non guarda altrove, non si distrae: fissa l’osservatore con lo stesso enigma con cui fissa il proprio destino. In questo sguardo frontale c’è più sfida che attesa, più consapevolezza che smarrimento.
Punto di non ritorno riflette sul momento in cui le scelte non sono più reversibili, ma non lo fa gridando. L’immagine lavora per sottrazione, come un sussurro che resta nella mente. È una scena che potrebbe non essere mai avvenuta — eppure parla a chiunque abbia mai esitato davanti a un bivio.
L’opera si inserisce con coerenza nella serie Scene non vissute, rafforzandone la poetica del margine, dell’incompiuto, del tempo mentale. È un frammento narrativo che lascia spazio all’interpretazione, ma che non rinuncia a una sua forza visiva netta, asciutta, emotivamente carica.
Scene non vissute #5 Guilty Mind 
In questo nuovo frammento della serie Scene non vissute, l’autore mette in scena se stesso, rinchiuso in una stanza spoglia che è insieme cella fisica e luogo mentale. Guilty Mind è un titolo che rimanda a una condanna silenziosa, a una sentenza non emessa da un tribunale, ma dalla coscienza. Il protagonista – che è anche autore – siede al centro, immobile, con lo sguardo dritto verso l’osservatore, costringendoci a entrare nella sua prigione interiore.
L’ambiente è minimale, ma carico di simbolismo. Le pareti bianche sono contaminate da parole e disegni primordiali: “Not enough”, occhi, spirali, scarabocchi. Sono pensieri che si aggrovigliano, frasi non dette, visioni disturbanti emerse da un inconscio in tumulto. La luce che entra dalla finestra alle sue spalle – unica fonte di fuga visiva – non illumina né libera: evidenzia l’isolamento, lo mette a nudo.
La tuta arancione che indossa richiama l’immaginario carcerario, ma qui diventa anche un abito dell’espiazione: indumento simbolico di una colpa indefinita, forse non commessa, forse solo temuta. Sulla divisa appaiono segni criptici, frammenti che rimandano a un’identità in frantumi. È un io scomposto che si osserva da dentro, diviso tra rimorso, paura e confusione.
La centralità dell’inquadratura e la simmetria dell’ambiente rafforzano l’effetto claustrofobico: non c’è movimento, non c’è via d’uscita. Ma allo stesso tempo, è proprio in questa immobilità che si apre un varco: Guilty Mind è anche un atto di coraggio, un’esposizione radicale. La fotografia diventa autoritratto psichico, documento di una crisi esistenziale universale.
Con questa opera, l’artista spinge ancora oltre il confine tra realtà e finzione. Se le Scene non vissute sono ricordi inventati, visioni sospese tra possibile e immaginario, Guilty Mind ne rappresenta la vertigine più profonda: quella di non sapere se si è vittime, colpevoli o semplici testimoni del proprio smarrimento. In questo senso, l’immagine si fa confessione muta, sospesa nel tempo e nello spazio, come un sogno inquieto da cui non ci si riesce a svegliare.

Model: Samira Coluccino

Scene non vissute #6 Il richiamo di Parthenope - 
L’opera The Call of Parthenope si inscrive pienamente nel vocabolario visivo e simbolico della serie Scene non vissute, arricchendola di un tono mitologico ed elegiaco. Qui il soggetto si fa emblema del desiderio di ritorno, del richiamo di origini che non smettono di cantare anche a distanza di tempo e spazio.
Seduta su uno scoglio immerso in un mare silente, la figura della sirena incarna la leggendaria Parthenope, fondatrice mitica di Napoli. Ma questa Parthenope non canta per sedurre: canta per ricordare. Il suo sguardo non guarda lo spettatore, ma si ripiega su se stesso, in un gesto quasi protettivo, malinconico, che rompe la tradizione del mito per restituire una creatura fragile, umana, evocativa.
Alle sue spalle, il profilo riconoscibile del Vesuvio affiora tra le nuvole, come un'eco lontana della città abbandonata. È un’immagine che parla di esilio, di nostalgia, ma anche di identità e radici che resistono sottopelle. La scelta cromatica è dominata da toni freddi, acquatici, che esaltano il senso di sospensione e distacco, mentre i riflessi sulla superficie dell’acqua suggeriscono la profondità di un'emozione sommersa.
The Call of Parthenope si offre così come una confessione visiva, un sogno lucido in cui la memoria assume la forma del mito e il paesaggio interiore si confonde con quello della propria città d’origine. È un'immagine che non chiede spiegazioni, ma ascolto. Come una voce nella notte.

Model: Livia Bono

Scene non vissute #7 Unstill Stillness 
L’opera Unstill Stillness si inserisce con naturalezza nel percorso visivo e tematico del progetto Scene non vissute, arricchendolo di un’intensa introspezione e di un’atmosfera sospesa tra tensione e quiete.
La figura femminile, seduta su uno sgabello al centro di uno spazio spoglio, diventa emblema di uno stato interiore di attesa e riflessione. Non è semplicemente immobile: la sua posa suggerisce un’energia trattenuta, un’esistenza che si appresta a muoversi ma rimane per il momento bloccata nel tempo. Lo sguardo assente e il corpo raccolto dialogano con lo spazio vuoto intorno, evocando un senso di solitudine non solo fisica ma soprattutto emotiva.
Il minimalismo della scena e la luce tenue accentuano questa dualità tra presenza e assenza, tra un momento che sembra eterno e l’urgenza di un cambiamento imminente. L’assenza di dettagli superflui rende l’immagine una superficie riflettente, uno specchio su cui proiettare emozioni e stati d’animo universali.
Dal punto di vista formale, la fotografia dimostra un equilibrio raffinato tra composizione e luce, con una cura attenta alle ombre e ai toni, che sottolineano la tridimensionalità della figura senza appesantire l’immagine. Il contrasto delicato e il vuoto circostante contribuiscono a creare un’atmosfera sospesa, quasi onirica, tipica del linguaggio visivo della serie.
Unstill Stillness si offre così come una pausa contemplativa all’interno della narrazione di Scene non vissute, un istante di silenzio che invita l’osservatore a fermarsi e a confrontarsi con il proprio mondo interiore. È un’immagine che non cerca di raccontare una storia precisa, ma piuttosto di evocare un sentimento, una presenza indefinita eppure palpabile.

Model: Veronica Lido

Scene non vissute #8 Scene from Elsewhere
In un paesaggio sospeso tra tempesta e calma, una figura femminile in rosso rimane immobile al centro della strada, lo sguardo rivolto verso l’osservatore. Alle sue spalle, un biplano rompe l’orizzonte, evocando un pericolo imminente o forse un richiamo lontano.
L’immagine è un omaggio e una rilettura: la tensione narrativa di Intrigo internazionale di Alfred Hitchcock si fonde con l’ironia teatrale e il potere femminile delle messe in scena di Helmut Newton, in particolare Female Running from Biplane, Go Go Boots.
Qui, però, la fuga non avviene: la protagonista non scappa, non si piega alla minaccia. Rimane, radicata  come se il cielo fosse suo e il volo dell’aereo facesse parte di un copione già scritto. Una scena mai vissuta, ma pronta a esistere.
Scene non vissute #9 The Clockless White Rabbit
In “Clockless White Rabbit”, l’artista prende in prestito la figura del Bianconiglio di Alice nel Paese delle Meraviglie per compiere un gesto sovversivo: privarlo dell’orologio, del simbolo stesso della corsa e dell’urgenza. La giovane figura in costume, colta in un momento di introspezione malinconica, diventa così emblema di un tempo interiore che non ha scadenze né pressioni.
La scena è costruita con un’attenzione quasi cinematografica: il fondale notturno, i riflessi delle luci, l’orologio senza lancette, concorrono a creare un’atmosfera sospesa, a metà fra sogno e realtà. Il contrasto tra l’innocenza infantile del costume e la malinconia dell’espressione suggerisce una riflessione più ampia sulla crescita, sulle decisioni che non possono essere anticipate, sulle emozioni che maturano “a loro tempo”.
Con questo lavoro, l'autore invita lo spettatore a liberarsi dall’ansia del tempo lineare e a riconoscere il proprio ritmo interiore. “Clockless White Rabbit” non è un’ode alla lentezza, ma un manifesto di autonomia emotiva: ogni scelta, ogni emozione, ogni svolta della vita trova il proprio momento, e non può essere forzata.

Model: Laura Fontana - Credit: Andrea Vagnarelli


Scene non vissute #10 Echoes of Existence
In questo nuovo capitolo della serie Scene non vissute, l’autore affronta il momento più intimo e radicale del suo percorso: la soglia tra la vita e la morte. Echoes of Existence nasce da un’esperienza reale — il coma — e dalla volontà di restituirne l’eco invisibile, la vibrazione residua che continua a risuonare nel corpo e nella mente.
Il soggetto, avvolto in un velo trasparente, appare sorpreso, incredulo. Il tessuto diventa pelle ulteriore, barriera fragile tra due mondi: quello terreno e quello dell’altrove. La figura sembra lottare contro la materia che la imprigiona e al tempo stesso ne è protetta, come se il velo fosse insieme sudario e placenta.
La luce, proveniente dall’alto, attraversa il bianco del tessuto e lo trasforma in una fiamma silenziosa. È una luce che non illumina, ma rivela: disegna i contorni del respiro, suggerisce il battito ancora presente, il ritorno. In questa tensione tra oscurità e chiarore, il corpo dell’autore diventa simbolo universale della sopravvivenza — di quella forza invisibile che trattiene la vita sul ciglio del nulla.
Non c’è teatralità, ma abbandono. Non c’è posa, ma resa. L’immagine è al tempo stesso confessione e rinascita, visione interiore e testimonianza di una soglia attraversata. Echoes of Existence è l’eco di un istante che non si può raccontare con le parole: il momento in cui l’esistenza vacilla, e poi, inspiegabilmente, sceglie di restare.
Scene non vissute #11 The Inner Gaze
In questo nuovo frammento della serie Scene non vissute, l’autore si ritrae in una dimensione sospesa tra sogno e realtà. La scena, immersa in una nebbia verdastra che diluisce i contorni della città, appare come un luogo mentale più che fisico: uno spazio dell’attesa, del pensiero, dell’introspezione.
Accanto a lui, una giraffa – figura surreale – interrompe la logica della realtà, introducendo una presenza simbolica. Il suo sguardo alto e distante diventa la proiezione di una coscienza che osserva da altrove, forse dall’interno.
L’autore non reagisce a quell’apparizione: la accoglie, immobile, come si accetta una parte di sé rimasta troppo a lungo invisibile.
In questa convivenza silenziosa tra uomo e animale si manifesta la tensione fra il terreno e l’elevato, fra la chiarezza e l’opacità, fra ciò che si comprende e ciò che resta oltre la nebbia.
La giraffa diventa così il simbolo di un’osservazione che supera la vista fisica — una forma di lucidità emotiva, fragile ma necessaria, che illumina il confine tra il reale e l’interiore.
La luce artificiale dei lampioni filtra attraverso il velo di foschia come un pensiero che tenta di farsi chiarezza. Ogni elemento della composizione — la prospettiva centrale, il vuoto della strada, il silenzio sospeso — contribuisce a costruire un’immagine di calma apparente e di profonda tensione interiore.
Non c’è movimento, ma un lento scorrere del tempo interiore: l’attimo in cui lo sguardo si rivolge verso se stesso.
Con The Inner Gaze, l’autore continua a esplorare il fragile equilibrio tra rappresentazione e introspezione.
Se in Guilty Mind la prigione era mentale e soffocante, qui l’apertura è verticale: lo sguardo si eleva, ma resta confinato nel sogno. È un varco verso l’alto che non promette fuga, ma consapevolezza.
L’immagine si offre come un autoritratto psichico, un momento di sospensione in cui la realtà diventa visione e la visione, memoria di qualcosa che forse non è mai accaduto — una scena non vissuta, ma profondamente sentita.

Model: Laura Fontana

Scene non vissute #12 Cornered
In questa scena, l’autore costruisce uno spazio senza via di fuga: un angolo di muro, una gabbia mentale.
La figura — femminile ma universale — non è tanto minacciata da un pericolo esterno quanto da se stessa.
Il muro alle spalle diventa una metafora della pressione interiore, del sentirsi costretti in un ruolo, in una versione di sé che non si riesce più a sostenere.
L’abbigliamento incompleto, l’espressione diretta ma vuota, e la postura sospesa tra sfida e resa, suggeriscono un momento di vulnerabilità esposta.
C’è un’energia di resistenza silenziosa: la figura non scappa, ma affronta il proprio confinamento.
La luce verdastra e sporca amplifica la sensazione di alienazione, come se lo spazio appartenesse a un sogno tossico o a un ricordo alterato.
Nella logica di Scene non vissute, questa immagine rappresenta il frammento di una memoria che non è mai accaduta, ma che continua a vivere come un déjà-vu emotivo — un momento in cui il corpo diventa il luogo di uno scontro invisibile tra volontà e fragilità.
Scene non vissute #13 Under the Light
In “Under the Light”, l’artista mette in scena una figura nuda rannicchiata su un piedistallo, illuminata da un fascio di luce che ne rivela ogni dettaglio. Non c’è protezione né contesto: solo il corpo, lo spazio e lo sguardo di chi osserva. È una vulnerabilità esposta, quasi rituale, che trasforma il soggetto in oggetto di osservazione, come in un esperimento emotivo.
La composizione minimale e la luce teatrale costruiscono un’immagine di intensa tensione psicologica. L’illuminazione dall’alto, netta e spietata, assume il ruolo simbolico dello sguardo collettivo, di una società che illumina per giudicare. Ma in quello stesso fascio di luce si intravede anche la possibilità di un atto di verità: esporsi come forma di liberazione, mostrarsi senza filtri come gesto di resistenza.
“Under the Light” parla del confine sottile tra fragilità e coraggio. Nell’istante in cui tutto è visibile, la paura e la forza coincidono.
Scene non vissute #14 Lightness of Memory
In “Lightness of Memory”, la biblioteca si trasforma in un archivio vivo di ricordi, dove ogni libro custodisce frammenti di passato e ogni scaffale diventa memoria tangibile. La ballerina, catturata in un istante di sospensione perfetta, incarna la leggerezza che si prova nel rivivere i momenti più belli: il suo gesto è un ponte tra la solidità dei ricordi e l’effimera gioia della loro evocazione. La luce calda che avvolge la scena non è semplice illuminazione, ma elemento narrativo: diventa sensazione di conforto, piacere e intimità, accompagnando lo spettatore in un’esperienza emotiva sospesa tra memoria e presente.
L’opera si distingue per la capacità di trasformare un gesto di danza in metafora della memoria e dell’emozione, confermando la poetica dell’artista di raccontare stati d’animo complessi attraverso immagini sospese tra realtà e immaginazione.
Scene non vissute #15 The Shape of Silence
 
In The Shape of Silence, l’artista costruisce un’immagine sospesa tra devozione e inquietudine, dove il corpo velato diventa un simbolo universale di vulnerabilità. La figura, immersa nella penombra di un luogo sacro, è avvolta da un velo di pizzo scuro che non nasconde ma trasfigura: la materia tessile diventa filtro, ferita, pelle aggiuntiva attraverso cui la luce penetra con un’intensità quasi rituale.
La scena evoca un atto di protezione e, allo stesso tempo, di esposizione estrema: ciò che è nascosto è renduto ancora più presente, più urgente.
L’immagine dialoga con iconografie antiche, ma le sovverte: non c’è consolazione, né promessa di redenzione. C’è invece un silenzio che pesa, che vibra, che si fa corpo.
La luce — un tratto distintivo del lavoro dell’autore — non illumina per rivelare, ma per suggerire: scivola sul velo, scolpisce delicate topografie di ombre, e lascia emergere un volto che sembra oscillare tra l’implorazione e la resa.
Il contesto sacro amplifica il senso di sospensione. Le vetrate sfocate alle spalle non sono un semplice sfondo, ma un controcanto visivo che parla di fratture, memorie e ferite interiori.
In questa immagine, la spiritualità non è un tema, ma una condizione: un luogo interiore in cui il dolore e la quiete convivono.
The Shape of Silence appartiene pienamente alla poetica di Scene non vissute: un progetto che interroga le zone d’ombra della memoria e dell’identità, e che trova nella mise en scène fotografica un territorio fragile e potente in cui far emergere ciò che nella vita reale rimane indicibile.
Qui, il silenzio non è assenza di voce ma presenza di un pensiero che non riesce — o non vuole — tradursi in parola.
L’immagine diventa così un atto di ascolto: un invito a sostare, a lasciarsi attraversare da una tensione emotiva che non cerca soluzioni, ma consapevolezza.
Scene non vissute #16 Nobody Home
In questo frammento della serie Scene non vissute, l’autore si colloca in una stanza ridotta all’essenziale: un divano scuro, un muro neutro, un pavimento di legno grezzo. La scena è trattenuta, quasi muta, eppure vibra di una tensione sotterranea: non accade nulla, ma tutto suggerisce che qualcosa avrebbe dovuto accadere.
Il corpo è inclinato in avanti, le mani raccolte come a contenere un pensiero che non trova sfogo. Lo sguardo non cerca lo spettatore: lo attraversa. È uno sguardo fisso, concentrato, che sembra ascoltare un rumore interiore più che un suono reale.
A terra, in primo piano, un telefono rosso anni ’70 diventa il centro simbolico dell’immagine. Non è un semplice oggetto di scena: è una presenza. Il rosso interrompe la palette fredda e compressa, come una ferita cromatica, come un richiamo urgente in una stanza dove nessuno risponde. È l’emblema della comunicazione mancata, del contatto desiderato e continuamente rimandato: un invito alla relazione che resta lì, pesante, inutilizzato.
L’atmosfera è cupa, costruita su una luce cinematografica radente che scolpisce i volumi e lascia vaste zone nell’ombra. La penombra non serve a nascondere, ma a sospendere: rende la scena una soglia, un interno mentale più che un luogo fisico. In questa sospensione si avverte con chiarezza il legame dichiarato con la canzone dei Pink Floyd: non come citazione illustrativa, ma come matrice emotiva, come struttura invisibile che regge l’intera composizione.
Gli anfibi slacciati e i jeans, elementi concreti e quasi “terrestri”, parlano di un corpo presente ma non abitato fino in fondo. È un uomo seduto, ma è anche un uomo in attesa; un uomo in casa, ma in realtà altrove. La stanza non è rifugio: è eco.
Con Nobody Home, l’autore costruisce un autoritratto psichico della disconnessione: un momento in cui l’intimità non consola, e la casa non coincide più con l’idea di presenza. La fotografia diventa allora una prova di silenzio: l’immagine di una chiamata che forse non verrà mai fatta — o che, anche se fatta, non troverà nessuno dall’altra parte.
Scene non vissute #17 The Waiting Room
L’immagine mostra un uomo seduto, immobile, in una stanza spoglia e segnata dal tempo. L’abbigliamento formale, la postura composta e lo sguardo frontale restituiscono un senso di controllo e di lucidità apparente. Il corpo è presente, stabile, ancorato. Nulla nella sua posizione suggerisce movimento o urgenza.
Attorno a questa immobilità, però, lo spazio si anima. Fogli scritti e fotografie fluttuano nell’aria in modo disordinato, come se la stanza avesse improvvisamente perso gravità. Non si tratta di un gesto spettacolare, ma di una frattura silenziosa: ciò che resta fermo è il corpo, mentre il pensiero si disperde. Le parole non sono leggibili, le immagini non sono decifrabili. Sono frammenti di memoria, ipotesi, tracce di un tempo vissuto che non riesce a ricomporsi in una narrazione lineare.
L’ambiente rafforza questa tensione. Le pareti scrostate, il pavimento consumato, i due orologi disallineati introducono una temporalità instabile, in cui il tempo oggettivo continua a scorrere mentre quello interiore si frammenta. La stanza non è un semplice sfondo, ma una camera mentale: un luogo in cui l’attesa non è vuota, ma sovraccarica.
La luce naturale, laterale, non costruisce dramma né pathos. Rivela senza guidare. Non assolve e non condanna. In questa scelta formale si conferma la volontà dell’autore di sottrarre ogni enfasi, affidando il senso dell’immagine a una tensione trattenuta, quasi clinica.
Come nelle altre opere di Scene non vissute, l’autore sceglie di collocarsi all’interno della scena. Il corpo diventa strumento narrativo, non per affermare un’identità individuale, ma per rendere visibile una condizione condivisibile: l’attesa come stato mentale, come luogo in cui memoria, responsabilità e possibilità restano sospese, incapaci di trovare un ordine definitivo.
The Waiting Room non racconta un evento, ma una soglia. È il momento in cui tutto è già accaduto o sta per accadere, senza che nulla possa essere nominato. Una scena che non è mai avvenuta, ma che continua a esistere come esperienza interiore.
Scene non vissute #18 The Weight Beneath the Mask
Epilogo di Scene non vissute
Scene non vissute è un progetto nato dall’attesa.
Dall’osservazione di stati interiori sospesi, mai del tutto dichiarati, abitati più che raccontati. Le immagini che lo compongono non descrivono eventi, ma momenti di frizione tra ciò che accade fuori e ciò che resta irrisolto dentro. Ogni scena è un frammento di tempo mentale, un luogo in cui il soggetto — spesso l’autore stesso — appare come attraversato da una tensione silenziosa, senza che essa trovi una forma esplicita.
Nel corso del progetto, l’introspezione diventa linguaggio.
La costruzione dell’immagine, la luce, lo spazio e la postura del corpo sono strumenti per parlare di assenza, di attesa, di ruoli non ancora nominati. È un lavoro che procede per sottrazione, lasciando che il senso emerga lentamente, senza dichiarazioni frontali.
The Weight Beneath the Mask si colloca come epilogo di questo percorso.
Non come una scena ulteriore, ma come un punto di arresto consapevole.
il soggetto guarda direttamente l’osservatore.
La sospensione lascia spazio alla presenza.
Il ruolo, fino ad allora implicito, viene assunto come tema centrale.
La figura di Batman — qui utilizzata come archetipo e non come icona pop — diventa metafora del dovere, della responsabilità reiterata nel tempo, del peso che deriva dal continuare a “tenere la posizione”. Il doppio ruolo di Bruce Wayne e Batman si traduce in una riflessione sull’identità adulta: ciò che si mostra al mondo e ciò che si sceglie di sostenere quando l’entusiasmo iniziale è ormai distante.
La barba visibile sotto la maschera è il segno più eloquente dell’opera.
Non un dettaglio realistico, ma una traccia del tempo.
È ciò che l’armatura non può nascondere: l’usura, la continuità, il costo di non aver smesso.
Questo non è il ritratto di un eroe giovane.
È l’immagine di un uomo che continua, anche quando il peso del ruolo è diventato evidente, anche quando restare è più difficile che cambiare.
In questo senso, The Weight Beneath the Mask conclude Scene non vissute senza rinnegarlo.
Ne assorbe l’introspezione, ma ne supera l’attesa.
Dove prima il progetto si muoveva nel territorio del non detto, qui avviene un atto di assunzione: il riconoscimento del peso come condizione necessaria per il movimento.
L’epilogo non è una chiusura definitiva, ma una soglia.
Dopo l’indagine interiore, emerge la necessità dell’azione.
Non come rottura, ma come forma di rinascita consapevole.
Se Scene non vissute raccontava il tempo dell’attesa,
The Weight Beneath the Mask segna il momento in cui restare fermi diventa più gravoso che avanzare.
È da questo punto che può nascere un nuovo inizio.

You may also like

Back to Top